sabato 21 luglio 2012

Il DDL Ciccioli, un grave saccheggio alla Legge Basaglia …


Oggi sono qui a parlarvi del DDL Ciccioli, approvato lo scorso maggio e che come saprete, propone una modifica alla legge Basaglia, legge mai del tutto applicata, la migliore in campo psichiatrico, quella che tutti ci invidiano e che si è avuto la brillante idea di modificare. Mi scuso con il lettore per i toni caldi con cui scrivo, ma chi mi conosce sa quanto io abbia sempre difeso la legge 180 e quanto creda che una sua vera applicazione potesse rendere dignità all’utente psichiatrico.



Riporto anzitutto qui di seguito il testo completo della legge e poi come il solito proverò a darvi il mio punto di vista.



Art. 1. (Principi generali).

1. Il Servizio sanitario nazionale SSN, garantisce la promozione e la tutela della salute mentale del cittadino, della famiglia e della collettività attraverso i Dipartimenti di salute mentale istituiti presso le Aziende sanitarie locali.

2. Ogni dipartimento di salute mentale assicura le attività di prevenzione, cura e riabilitazione delle persone affette da disturbi psichici di qualsiasi gravità, avendo come obiettivo la continuità degli interventi psichiatrici per l'intero ciclo di vita.



Art. 2. (Attività di prevenzione).

1. Il Servizio sanitario nazionale garantisce, mediante i dipartimenti di salute mentale, tutte le attività finalizzate alla prevenzione dei disturbi mentali in ambito scolastico, lavorativo e in ogni situazione socio-ambientale a rischio psicopatologico.

2. Le regioni e le province autonome adottano appositi protocolli per le attività di prevenzione, in collaborazione con esperti e con rappresentanti delle associazioni dei familiari delle persone affette da disturbi mentali, delle organizzazioni di volontariato e di altre associazioni no profit operanti nel settore.



Art. 3. (Attività di cura).

1. Le attività terapeutiche psichiatriche prevedono la centralità operativa del dipartimento di salute mentale che eroga prestazioni assistenziali e sanitarie in ambito ospedaliero, territoriale, residenziale e semiresidenziale. Nelle competenze del dipartimento di salute mentale, oltre ai servizi previsti per la tutela salute mentale, sono previsti anche servizi per la doppia diagnosi relativamente alle dipendenze patologiche.

2. Il dipartimento di salute mentale coordina le proprie attività per il trattamento della psicopatologia di persone caratterizzate da fragilità sociale di interesse sanitario con le attività svolte dagli altri servizi sociali e sanitari presenti sul territorio.

3. Alla persona affetta da disturbi mentali è garantita la libertà di scelta del medico, dell'operatore sanitario e del luogo di cura, compatibilmente con l'organizzazione sanitaria e con le strutture in grado di offrire un trattamento adeguato allo stato di salute psichica e fisica dell'interessato.

4. Le regioni e le province autonome assicurano, nell'area di emergenza e accettazione all'interno degli ospedali sedi dei servizi di psichiatria, la presenza di uno spazio, operativo ventiquattro ore su ventiquattro, per gli interventi urgenti, le emergenze e le osservazioni psichiatriche.

5. Le regioni e le province autonome istituiscono, inoltre, équipe mobili per le aree metropolitane, nonché per interventi urgenti, garantiti ventiquattro ore su ventiquattro, a livello territoriale e domiciliare. Le regioni e le province autonome istituiscono, altresì, in ogni azienda sanitaria locale, presso un dipartimento di salute mentale, almeno un centro di ascolto e di orientamento specialistico, finalizzato alla raccolta di richieste provenienti da pazienti, familiari, istituti e istituzioni e strutturato in modo da poter fornire adeguate e tempestive indicazioni per risolvere problematiche specifiche.

6. Il dipartimento di salute mentale è organizzato in modo da poter svolgere funzioni assistenziali in ambito ospedaliero, domiciliare, territoriale, residenziale e semiresidenziale. Il dipartimento di salute mentale presta assistenza al malato in fase di acuzie e garantisce la presa in carico successiva al ricovero o la consultazione attraverso un contratto terapeutico con il paziente o il suo rappresentante legale e, ove opportuno, con i familiari che convivono con il malato o che si occupano in modo continuativo dello stesso, fatta eccezione per le condizioni di accertamento e trattamento sanitario obbligatorio (ASO), e di trattamento sanitario obbligatorio di cui all'articolo 4.



Art. 4. (Gli interventi sanitari obbligatori e necessari).

1. Le procedure di intervento sanitario obbligatorio, accertamento sanitario obbligatorio (ASO) e trattamento sanitario obbligatorio, che assume la definizione di trattamento sanitario necessario (TSN), sono attivate quando la garanzia della tutela della salute è ritenuta prevalente sul diritto alla libertà individuale del cittadino.

2. L'accertamento sanitario obbligatorio è proposto sia da un medico del Servizio sanitario nazionale, sia da un medico del dipartimento di salute mentale per l'effettuazione di un'osservazione clinica. I dipartimenti di salute mentale devono prevedere strutture idonee, preferibilmente presso la sede del Dipartimento di emergenza e accettazione (DEA),per l'effettuazione di un'osservazione clinica che non superi le quarantotto ore di degenza, al termine delle quali sono segnalate al paziente e al medico curante le conclusioni cliniche riguardanti la successiva assistenza da erogare al paziente.

3. L'accertamento sanitario obbligatorio può essere proposto solo qualora:

a) il medico ritiene necessaria una valutazione diagnostica, prima di esprimersi sulla necessità di un trattamento psichiatrico;

b) il medico proponente non sia stato in grado di effettuare una seconda visita per la convalida prevista dalla normativa vigente, per il rifiuto attivo del paziente.

4. La proposta motivata di cui al comma 3 deve contenere anche indicazioni sul luogo più opportuno per l'esecuzione dell'ASO, con preferenza, nell'ambito del servizio territoriale, del centro di salute mentale (CSM), di un ambulatorio di medicina generale, ovvero del Pronto soccorso del presidio ospedaliero. In ogni caso l'ASO non può essere eseguito negli spazi di degenza del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC).

5. La proposta motivata di cui al comma 3 deve essere inoltrata al Sindaco del Comune dove si trova il paziente da sottoporre all'accertamento sanitario obbligatorio.

6. Il trattamento sanitario necessario per malattia mentale (TSN) ha la durata di quindici giorni e si applica con la procedura di cui all'articolo 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833. Il trattamento sanitario necessario può essere interrotto ove il paziente non presenti più le suddette condizioni. Qualora tali condizioni permangano, dopo i primi quindici giorni, il trattamento sanitario necessario può essere prolungato con proposta motivata del responsabile del servizio psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC), presso il quale il paziente è stato ricoverato, al Sindaco e al Giudice tutelare. Il trattamento sanitario necessario può essere effettuato:

a) in condizione di degenza ospedaliera nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura, ai sensi di quanto previsto dall'articolo 34 della legge 23 dicembre 1978, n. 833;

b) presso le strutture residenziali di riabilitazione delle aziende sanitarie locali;

c) presso il domicilio del paziente, qualora sussistano adeguate condizioni di sicurezza per lo stesso e per la sua famiglia e venga assicurata la somministrazione della terapia quotidiana o periodica.

7. Il trattamento sanitario necessario può essere effettuato quando:

a) esistano condizioni cliniche che richiedono un trattamento terapeutico urgente;

b) non vi sono diverse possibilità di trattamento, anche in relazione al contesto di vita del paziente e al suo livello di autonomia;

c) l'assenza di trattamento sanitario comporta comunque un serio rischio di aggravamento per la tutela della salute del malato, non essendo il paziente consapevole della malattia e rifiutando gli interventi terapeutici.

8. Il trattamento sanitario necessario deve essere preceduto dalla convalida della proposta, di cui al terzo comma dell'articolo 33 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, da parte di uno psichiatra del dipartimento di salute mentale. In attesa del provvedimento con il quale il sindaco dispone il trattamento sanitario necessario, il paziente, quando se ne ravvedono le condizioni di urgenza, può essere ricoverato presso la struttura del dipartimento di emergenza e accettazione destinata agli interventi urgenti e alle osservazioni psichiatriche ai sensi del comma 5. La proposta del trattamento sanitario necessario deve contenere le motivazioni che inducono all'intervento e la sede di attivazione delle stesse.

9. Il servizio psichiatrico di diagnosi e cura presente nelle aziende ospedaliere garantisce spazi adeguati ad accogliere pazienti in trattamento volontario e in trattamento sanitario obbligatorio. Esso assicura, inoltre, un'adeguata consulenza per i problemi di salute mentale dei pazienti ricoverati negli altri reparti dell'ospedale generale.



Art. 5. (Trattamento sanitario necessario extra ospedaliero).

1. Il trattamento sanitario necessario extra ospedaliero è attivabile nel caso in cui è possibile adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra ospedaliere.

2. È istituito il trattamento necessario extraospedaliero prolungato, senza consenso del paziente, finalizzato alla cura di pazienti che necessitano di trattamenti sanitari per tempi protratti in strutture diverse da quelle previste per i pazienti che versano in fase di acuzie, nonché ad avviare gli stessi pazienti a un percorso terapeutico-riabilitativo di tipo prolungato. Il trattamento necessario extraospedaliero prolungato ha la durata di sei mesi e può essere interrotto o prolungato. Comunque non può essere protratto continuativamente oltre i dodici mesi. Il trattamento necessario extraospedaliero prolungato è un progetto terapeutico prolungato, formulato dallo psichiatra del dipartimento di salute mentale in forma scritta, nel quale sono motivate le scelte terapeutiche vincolate e non accettate dal paziente a causa della sua patologia. Il trattamento necessario extraospedaliero prolungato è disposto dal sindaco entro quarantotto ore dalla trasmissione del progetto da parte del dipartimento di salute mentale ed è approvato dal giudice tutelare. Il trattamento necessario extraospedaliero prolungato è finalizzato a vincolare il paziente al rispetto di alcuni principi terapeutici, quali l'accettazione delle cure e la permanenza nelle comunità accreditate o nelle residenze protette, per prevenire le ricadute derivanti dalla mancata adesione ai programmi terapeutico-riabilitativi. Nel corso del trattamento sono disposte azioni volte a ottenere il consenso del paziente al programma terapeutico e la sua collaborazione. Lo psichiatra responsabile del trattamento necessario extraospedaliero prolungato verifica periodicamente l'andamento del progetto e presenta al giudice tutelare, ogni qualvolta lo ritenga necessario e, comunque, almeno ogni tre mesi, un aggiornamento sull'andamento dello stesso. Il trattamento necessario extraospedaliero prolungato può prevedere esclusivamente le limitazioni della capacità o della libertà di agire del paziente espressamente specificate dal giudice tutelare in sede di approvazione del progetto del medesimo trattamento. In caso di gravi o protratte violazioni del progetto da parte del paziente, lo psichiatra responsabile del trattamento necessario extraospedaliero prolungato è ne dà comunicazione al giudice tutelare, il quale, su proposta dello stesso psichiatra, provvede alle modifiche necessarie o alla sospensione del trattamento necessario extraospedaliero prolungato. Il giudice tutelare nomina un amministratore di sostegno per la persona sottoposta al trattamento necessario extraospedaliero prolungato.

3. Qualora, anche successivamente all'inizio del trattamento necessario extraospedaliero prolungato, il paziente presti il proprio consenso all'effettuazione o alla prosecuzione del trattamento medesimo, si può ricorrere a un contratto terapeutico vincolante per il proseguimento delle cure, che preveda il mantenimento degli accordi intercorsi tra il paziente, i suoi familiari e lo psichiatra responsabile del trattamento. Il contratto terapeutico vincolante può sostituire il trattamento necessario extraospedaliero prolungato, dopo che ne sia stata data comunicazione al sindaco e al giudice tutelare, che può revocare la nomina dell'amministratore di sostegno. Il dipartimento di salute mentale è responsabile della corretta erogazione delle terapie previste dal contratto terapeutico vincolante e dell'adesione allo stesso da parte sia delle persone preposte alla cura sia del paziente.

4. Nei casi in cui il paziente, dopo aver sottoscritto il contratto terapeutico vincolante, rifiuti ugualmente le terapie ivi previste, lo psichiatra responsabile del trattamento ne dà comunicazione al sindaco e al giudice tutelare, proponendo, se lo ritenga necessario, l'attivazione o la ripresa del trattamento necessario extraospedaliero prolungato.

5. Allo scopo di un'uniforme applicazione su tutto il territorio nazionale, il Ministero della salute, d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, provvede ad elaborare delle linee guida per l'attuazione degli interventi sanitari necessari di cui ai presenti articoli 4 e 5.



Art. 6. (Attività di riabilitazione).



1. Il dipartimento di salute mentale assicura le attività riabilitative psico-sociali attraverso le seguenti strutture:

a) strutture ambulatoriali, anche con interventi domiciliari;

b) strutture residenziali, quali presidi di cura e riabilitazione intensiva o estensiva, a ciclo diurno o continuativo, e residenze sanitarie assistite;

c) strutture residenziali o semiresidenziali di natura socio-assistenziale.

2. Il dipartimento di salute mentale attua il reinserimento del paziente nel contesto familiare o abituale ovvero il suo inserimento in strutture residenziali e semiresidenziali socio-sanitarie con progetti personalizzati, verificati periodicamente dallo psichiatra cui compete la presa in carico del paziente. Le attività di riabilitazione garantiscono la qualità delle attività svolte, fino all'inserimento lavorativo in attività ordinaria, nelle cooperative di inserimento lavorativo di cui all'articolo 1, comma 1, lettera b), della legge 8 novembre 1991, n. 381, o nei programmi regionali di inserimento lavorativo di cui all'articolo 14 della legge 12 marzo 1999, n. 68, in organico collegamento e in continuità terapeutica con il dipartimento di salute mentale e con gli eventuali centri terapeutico-riabilitativi accreditati cui è stato affidato il paziente.

3. Le procedure di accreditamento delle strutture residenziali private devono prevedere la definizione della tipologia strutturale tra le seguenti: comunità terapeutica, residenza protetta, casa alloggio o centro diurno. Tali procedure devono altresì assicurare le risorse umane necessarie e prevedere le attività che possono essere svolte nelle strutture medesime e i sistemi impiegati per il controllo della qualità.



Art. 7. (Rapporti tra DSM e le università).

1. Nell'ambito delle convenzioni stipulate tra le regioni e le università, previste dall'articolo 6 del decreto legislativo 512/92 e successive modificazioni, le cliniche psichiatriche universitarie sono tenute:

a) allo svolgimento di attività assistenziale sanitaria sovrazonale, attraverso un'adeguata dotazione di posti letto e l'attivazione di centri di riferimento per la diagnosi e la terapia dei disturbi mentali e per l'effettuazione di specifici interventi psicoterapeutici e riabilitativi;

b) ad assumere la responsabilità della tutela della salute mentale in un'area territoriale definita, di norma attraverso la gestione di un dipartimento di salute mentale, a seguito di convenzione tra l'azienda universitaria e l'azienda sanitaria locale di competenza.



Art. 8. (Obbligo del medico psichiatra del servizio pubblico di recarsi al domicilio del paziente).

1. Al fine di prevenire l'aggravarsi delle condizioni cliniche in caso di esordio della psicopatologia segnalato dai familiari o conviventi o di assicurare la continuità assistenziale, il dipartimento di salute mentale assicura la visita a domicilio del paziente il prima possibile e, comunque, entro cinque giorni dalla segnalazione o dall'appuntamento fissato nell'ambito del progetto terapeutico, al quale il paziente, senza giustificato motivo, non si sia presentato. In caso di omissione, il direttore del dipartimento di salute mentale deve fornire, per iscritto, alla direzione sanitaria dell'azienda da cui dipende adeguate giustificazioni, al fine di non incorrere in sanzioni disciplinari.



Art. 9. (Obblighi di informazione nei confronti dei familiari).

Accertamenti Sanitari 1. Lo psichiatra del dipartimento di salute mentale è tenuto a informare sullo stato di salute mentale del paziente e sulle cure necessarie il coniuge, i genitori, i fratelli, i figli maggiori di età o i parenti conviventi o, previa autorizzazione del giudice tutelare, gli eventuali conviventi stabili che si prendono cura abitualmente del paziente.



Art. 10. (Disposizioni per garantire l'incolumità dei familiari).

1. Nei casi in cui la convivenza con la persona affetta da disturbi mentali comporta rischi per l'incolumità fisica della persona stessa o dei suoi familiari, il dipartimento di salute mentale, in collaborazione con i servizi sociali del comune di residenza del malato, trova una soluzione residenziale idonea alle esigenze della persona nell'ambito degli alloggi di edilizia residenziale pubblica.



Art. 11. (Adempimenti delle regioni).

1. Le regioni e le province autonome, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, individuano le strutture residenziali di riabilitazione intensiva presso cui sia possibile disporre il trattamento sanitario necessario, garantendo almeno un posto per 20 mila abitanti.

2. Se le regioni e le province autonome, dopo due anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, non hanno dato attuazione alle disposizioni di cui alla legge medesima, il Governo, dopo averle diffidate ad adempiere, nomina un commissario ad acta che provvede ad adottare le misure necessarie per garantire l'attuazione della legge.



Art. 12. (Copertura finanziaria).

1. Per la realizzazione delle finalità di cui alla presente legge, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, in attuazione dell'articolo 1, comma 34, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, vincola, per un importo pari a 300 milioni di euro annui, una quota del Fondo sanitario nazionale, su proposta del Ministro della salute, d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.
Prendo in considerazione, prima di commentare il DDL Ciccioli, le parole di quest’ultimo con riferimento alla legge Basaglia tuttora in vigore. Egli ritiene che dall’approvazione di tale legge a oggi siano emersi molti problemi per l’utenza psichiatrica e per i familiari di questi, tralasciando di dire che in realtà tali problematiche non derivino dalla legge Basaglia, ma dalla sua mancata applicazione. 
Tali affermazioni, a mio avviso, da se potrebbero già evidenziare la poca conoscenza del relatore in materia. Associo a esse le considerazioni del sottosegretario Adelfio Elio Cardinale, il quale con riferimento al decreto asserisce che ci sarebbe un accordo con le regioni, trascurando di dire che già la legge Basaglia affidava alla territorialità il compito di prendersi carico e dell’utenza psichiatrica e della loro famiglia.  Aggiungo che la medesima territorialità e competenza regionale sono state inoltre, previste dal Progetto Obiettivo, del lontano 1994, per cui l’attuale DDL Ciccioli, non solo non avrebbe ragione d’essere, ma che porti, inserendo negli articoli 4 e 5 la differenza tra T. S. O., acronimo di Trattamento Sanitario Obbligatorio, che è tramutato in T. S. N., Trattamento Sanitario Necessario e inserendo l’A.S-O., Accertamento Sanitario Obbligatorio, un’inutile facezia lessicale che altro non fa che regredire la stessa Legge 180. Ricordo al lettore, con riferimento al T.S.O e al DDL Ciccioli che i direttori dei D.S.M., Dipartimenti Salute Mentale della regione Emilia Romagna ritengono che tale decreto sia una regressione in materia, per cui persone più competenti di me, alle quali sento di dare il mio appoggio affermano che questo sia un ritorno alla stigmatizzazione dell’utente psichiatrico. La medesima considerazione in merito, inoltre, è stata presentata in una lettera al Presidente del Consiglio Monti dalla Dottoressa Trincas, Presidente dell’Unasam, Unione Nazionale delle Associazioni per la salute mentale, ritenendo tale decreto una vergogna per il nostro paese.

A proposito dello specifico DDL posso affermare quanto segue:
I primi 3 articoli pongono l’accento sulla centralità territoriale dei Dipartimenti di Salute Mentale, ribadisco che tale territorialità la possiamo ritrovare nella già più volte citata legge 180, all’articolo 7 Trasferimento alle regioni delle funzioni in materia di assistenza ospedaliera psichiatrica. Gli articoli 4 e 5, come citato in precedenza, riguardano il Trattamento Sanitario Obbligatorio, il quale non solo ha una nuova dicitura, ma è prolungato in termini di tempo. Questi inoltre, erano ampiamente considerati nella legge Basaglia, la quale riguarda appunto gli Accertamenti e i Trattamenti sanitari volontari e obbligatori. La riabilitazione, infine, è destinata non solo alle strutture sanitarie, ma anche a pseudo strutture private, le quali, lungi da me volerle offendere, ma di sicuro non hanno la medesima competenza di una struttura pubblica, soprattutto e di questo sono stata testimone oculare, posso garantire che il più delle volte gli utenti psichiatrici sono considerati solo dei soldi che camminano. La riabilitazione psichiatrica è ben pagata dalle regioni, sebbene spesso i fondi tardino ad arrivare, le strutture private per di più, sono costituite il più delle volte da sedicenti cooperative sociali, le quali non hanno alcuna considerazione di quelli che possono essere i bisogni degli utenti. Mi rendo conto che le mie affermazioni possano risultare al lettore un po’ forti, ma sono il risultato di un’osservazione del decreto e di osservazioni quotidiane del mondo della psichiatria. Chi un po’ mi conosce sa che io spesso mi sono occupata di psichiatria, di legge Basaglia e di tutto ciò che ruota intorno a questo mondo.
Oggi mi trovo a lavorare in O.P.G., Ospedale Psichiatrico Giudiziario, altro mondo tutto da scoprire, fatto di tante contraddizioni e anche qui il malato spesso è considerato uno strumento economico. Ci sono di sicuro persone che credono in quel che fanno, sarei ipocrita a dire il contrario, io stessa lavorandoci ho realizzato un sogno, tuttavia, posso, assicurare che troppo spesso gli internati sono ritenuti degli oggetti, eccetto quando si ha la necessità di porre su di se l’attenzione dei media, della cittadinanza in vista delle elezioni o in ogni caso per un proprio tornaconto personale. Io ritengo che la psichiatria e la malattia mentale costituiscano un gran bagaglio di lustro per i vari mal fattori di turno che pur di brillare di luce riflessa fingono di interessarsi di un mondo troppo spesso lasciato nel dimenticatoio, salvo tirarlo fuori dal cilindro di tanto in tanto quando si ha l’esigenza di distrarre il pubblico da problematiche più complesse. Ricordo i volti di colleghi e non quando lo scorso novembre le telecamere di Rai uno han varcato le porte dell’O.P.G., quanti di coloro che fino a pochi istanti prima camminavano tra i cortili incuranti delle voci che arrivavano dalle sbarre, hanno in seguito sorriso a quelle stesse voci poiché esposti ai riflettori di una luce abbagliante quale può essere quella della notorietà. Mi chiedo cosa penserebbe Franco Basaglia se potesse assistere allo scempio che vediamo nel quotidiano, cosa proverebbe nel vedere la sua legge bistrattata e mai posta in essere. Sono sicura che proverebbe tanto dolore nel comprendere che ancora oggi a distanza di anni il malato mentale costituisce il giocattolo di molti, lo stigma dei ben pensanti e il sogno di pochi di noi. Vi saluto con l’amarezza nel cuore, riportandovi, come spesso accade, le parole di questo grande uomo …
“Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell'individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo, dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento.”
Alla prossima
Rosaria Uglietti


domenica 17 giugno 2012

Luce riflessa ...


In quest’ultimo periodo sono stata lontana dalla rete per una serie di circostanze personali, ritorno e mi rendo conto che nulla è cambiato, anzi il mondo peggiora e noi non ce ne rendiamo conto. Siamo troppo presi dalle nostre problematiche, troppo coinvolti in questioni personali, per renderci conto di quello che ci accade intorno. Faccio ammenda e richiamo in primis me stessa.  Mi rendo conto, tutte le volte che leggo alcuni articoli, che l’ipocrisia ci circonda in maniera nauseante. Ho appena letto un articolo che riguarda un internato dell’O.P.G. di Aversa, una persona che conosco benissimo, poiché l’incontro tutti i giorni. Michele, la persona di cui parlo, è realmente un anziano signore di 84 anni; la prima volta che lo vidi, beh anch’io mi chiesi cosa ci facesse ancora rinchiuso, essendo egli anziano, avendo un’andatura lentano e di sicuro non potendo essere considerato, a un occhio poco attento, una persona pericolosa. Beh io, a suo tempo, ho chiesto informazioni giudiziarie in merito e posso dire che la legge italiana è del tutto aberrante in alcuni casi, se purtroppo esiste una condanna, questa non fa riferimento a quanto una persona possa invecchiare, a quanto questa possa nel tempo diventare una figura quasi inerme. Michele fa tenerezza, tuttavia non è rinchiuso in cella, poiché è detenuto nel reparto 9, unico completamente assorbito dall’Asl. E’ spesso in cortile ed io ci colloquio nel quotidiano. Io non sono qui a difendere l’O.P.G. di Aversa, di cui è risaputo, esser il luogo in cui lavoro, bensì a rilevare quanto, ancora una volta si colga l’occasione di utilizzare delle storie che toccano il cuore per brillare di luce riflessa. Michele certo fa tenerezza, beh ma io mi chiedo allora se queste persone fanno tenerezza, se proviamo empatia nei loro confronti, per quale motivo, la politica italiana continua a regredire in materia di sanità mentale? Per quale motivo non si pongono in essere tutti gli strumenti a nostra disposizione per far si che il malato di mente possa vivere dignitosamente? Sono state apportate delle modifiche alla legge Basaglia, l'unica che aveva l’intento di restituire dignità al malato di mente e che non solo non è stata mai applicata, ma addirittura si modifica nelle sue parti essenziali per continuare a toglier dignità all’essere umano. Tutto ciò fa male a chi fa della salute mentale una ragione di vita e non un mero lavoro su cui lucrare. Lungi da me incorrere in un buonismo del tutto fuori luogo, vorrei semplicemente che si avesse l’obiettività di riconoscere quante contraddizioni e ipocrisie circondano, ancora oggi tale materia. Non sta a me giudicare il corso della giustizia, è giusto che un individuo che abbia commesso un reato subisca la giusta punizione, tuttavia mi chiedo perché non si considerano anche i diritti umani. I reati son tali e come giusto che sia devono essere puniti e di certo alcuni reati violenti fanno ribrezzo in primo luogo a me. Io, mi chiedo, comunque, perché si facciano delle valutazioni approssimative, perché non si da uno sguardo alla condizione mentale del reo e soprattutto perché molti eventi non si prevengano. Il lettore potrebbe pensare che queste mie parole siano dettate dall’esser coinvolta nell’argomento e non lo nego, ma voglio ricordare che una giusta prevenzione e considerazione della salute psicofisica dell’individuo potrebbe evitare molte circostanze ed eventi nefasti. Si parla sempre di chiusura degli O.P.G., si parla delle condizioni aberranti in cui vivono gli internati e i detenuti, ma non sento in alcuna situazione, l’intenzione di porre rimedio a tutto ciò. La voglia di porre in essere soluzioni soggettive che possano tenere in considerazione prima di tutto l’individuo, la sua patologia e soprattutto, ove possibile, l’inserimento nel tessuto sociale. E’ troppo facile additare il malato, è comodo rinchiuderlo e celarlo ai nostri occhi, per tirarlo fuori nei momenti opportuni affinché la cittadinanza si illuda di esser protetta. Protetta da cosa, questo ovviamente non è dato saperlo. Le nostre paure ci intrappoleranno sempre se non smetteremo di mettere la testa sotto la sabbia e non capiremo che la conoscenza è e sarà sempre l’unico strumento per vivere e far vivere meglio il mondo. Io vi saluto con l’amaro in bocca di chi nel quotidiano osserva e si rende conto che si potrebbe fare tanto e lo si evita per evidenziarlo nei momenti di tornaconto personale di molti. Alla prossima …

 Rosaria Uglietti

martedì 1 maggio 2012

Da una conversazione virtuale

Ieri ho avuto la fortuna di interagire con una lettrice della mia pagina di facebook, è sempre un piacere per me farlo, costituisce lo sprono per migliorare me stessa e la visione che hanno gli altri della mia professione. Le sue parole mi hanno rincuorato, una persona che ha avuto il coraggio di incontrare il proprio dolore. Io ne parlo spesso di quest’argomento e della nostra capacità di accettarlo e di incontrarlo, ne faccio il perno principale di tutti i miei incontri. Le persone hanno paura di soffrire, del proprio dolore e di ciò che sentono dentro, in questo modo non fanno altro che acuirlo e sedimentarlo dentro se. Tutte le volte che noi scappiamo davanti alla sofferenza, la rendiamo più forte, ma in quel momento non ce ne rendiamo conto, perché il dolore è cosi grande che ci blocca e ci rende inermi. Cresciamo sentendoci dire di dover essere forti, ma esser tali non vuol dire negare la propria emotività, le proprie tristezze o ancor peggio i propri dolori, esser forti vuol dire, a mio avviso, riuscire a vivere con la consapevolezza che nella vita non possiamo gestire gli eventi, o prevenire le sofferenze, ma possiamo imparare ad attraversarle e a renderle una parte del nostro cammino. Imparando ciò, capiremo che siamo in grado di affrontare la vita con uno strumento in più e con una consapevolezza tale da rendere meno faticoso il nostro percorso di vita. Molte volte, al versante opposto, sento dire che bisogna sempre ridere, anche in questo caso non condivido tale visione, perché ridere quando si è tristi, ancora una volta vuol dire fuggire e anche in quel caso si rende la sofferenza più forte, perché non è esperita in tutta sua pienezza. Credo che l’unica cosa davvero saggia che potremmo fare è accettare la nostra umanità, imparare a non allontanare i dolori o le emozioni che ci recano disagio e soprattutto spogliarci delle nostre corazze, quelle servono solo a imprigionare il nostro animo. Buona giornata a tutti, alla prossima ...


Rosaria Uglietti


venerdì 6 aprile 2012

Riflessioni sulla mia professione

Ieri  sera guardavo la tv, cosa che faccio molto di rado ho visto una puntata di Private Practice, una psicologa che non può esercitare la professione e un uditore di voci che ha smesso di prendere i farmaci perché si è sentito abbandonato. Non sono qui a spiegare l’intera puntata, sebbene sia pregna di spunti interessanti quali la paternità, l’eutanasia, ovviamente da psicologa ciò che mi ha colpito è la sensazione che a volte noi psicologi proviamo nei confronti di chi ci sta vicino e di quello che possiamo dimostrare o no a proposito del ruolo che abbiamo e a ciò che gli altri si aspettano da noi. Per lungo tempo lo psicologo è stato visto come quel professionista immune a una qualsiasi emozione che aveva lo scopo di salvare gli uomini, chi non doveva dimostrare affetto o debolezza nei confronti dei propri assistiti. Fortunatamente col tempo questa visione è un po’ svanita ma ahimè non del tutto. Quante volte in preda alla rabbia ci sentiamo dire che non possiamo permetterci di avere una tale reazione proprio noi, non capendo che in primis anche noi siamo esseri umani e come tali fragili e imperfetti. Ciò che può differirci dagli altri è la capacità di non lasciarci trascinare nel buio del dolore sia esso un nostro aspetto sia quello di un nostro paziente, ma sarebbe un grosso errore pensare di dover essere immuni al dolore altrui. Nel mio breve percorso professionale ho incontrato colleghi di ogni tipo, da quelli di vecchio stampo freudiano i quali ostentavano una freddezza e un dissenso della mia umanità ed empatia, passando per i sistemisti i quali enfatizzavano il ruolo della famiglia per giungere ai fenomenologi i quali danno importanza al vissuto corporeo delle emozioni ed è in questi che mi sono ritrovata. Ho preso parte a gruppi in cui noi professionisti ci siamo confrontati con il nostro dolore e quello dei pazienti mostrandoci e questo mi è servito per imparare ad affrontare me stessa e gli altri. Come dicevo in precedenza, spesso il nostro limite è dato dal timore che gli altri possano osservare le nostre fragilità e di esse farne un’arma, la nostra professionalità deve metterci in grado di osservare i nostri dolori e farne uno strumento di aiuto per quello altrui. Ho imparato una nozione fondamentale in uno di questi gruppi dal loro conduttore, Ludovico Carnile, il quale mi ha insegnato a guardare il mio dolore a non fuggirne e a usarlo per aiutare gli altri, mi ha insegnato a guardare i miei lati oscuri, le mie zone d’ombra per non temerle e per far risplendere la luce che era dentro di me. Oggi lavoro in O.P.G., come qualcuno ormai sa da qualche tempo e mi relaziono con la disperazione, con i dolori e con l’ipocrisia della nostra società, il mio punto di forza è caratterizzato dal mettere il mio vissuto a disposizione degli altri. Tempo fa risentivo di quello che gli altri pensavano di me, della mia fragilità, del mio essere una persona dotata di emozioni. Mi sono spesso chiesta quanto fosse giusto che gli altri potessero sapere quello che sentivo, oggi penso che la mia umanità costituisca la mia arma per comprendere gli altri, che la mia rabbia, se ben canalizzata può essere una valvola di sfogo per me stessa e soprattutto che dentro e fuori del lavoro sono una persona con sentimenti ed emozioni. Ciò che non devo fare ovviamente è lasciarmi trasportare dalle emozioni, ma utilizzarle per aiutare chi mi è di fronte. Per arrivare a ciò ovviamente ho fatto un percorso ed è ciò che consiglio alle persone che incontro, sia nella vita privata sia nel lavoro. Tutti noi abbiamo dei vissuti che ci hanno segnato e dobbiamo imparare a fare di essi uno strumento per questo meraviglioso percorso che è la vita. A volte la stanchezza mi prende, la sensazione d’impotenza mi pervade, perché vorrei fare molto di più e perché mi rendo conto che c’è ancora tanta, troppa strada da fare in questo mondo, affinché la malattia mentale sia considerata una possibilità dell’essere umano. Noi psicologi siamo persone e per tale motivo capaci di sentimenti e rabbia, non stiamo sempre lì ad analizzare gli altri e non tutte le nostre osservazioni derivano da un’analisi. Abbiamo semplicemente degli strumenti in più per comprendere gli altri, una prospettiva più ampia, perché attraverso la sospensione del giudizio, dobbiamo essere in grado di spostare la nostra visione e la nostra prospettiva per comprendere e accogliere l’altro. Riporto di seguito il video del telefilm in questione, perché non sempre la tv è spazzatura e perché in questo è ben presentato il senso di impotenza di cui ho parlato in precedenza e di quanto chi ci chiede aiuto ha bisogno della nostra presenza e della nostra umanità. Vi auguro una buona visione e vi do appuntamento ad un nuovo incontro. Alla prossima …

Rosaria Uglietti
http://www.nowvideo.eu/video/btdna23cgry71

domenica 1 aprile 2012

Lavorare in O.P.G.


La prima volta che entrai in O.P.G. ricordo che il cuore mi batteva fortissimo, ero emozionata, spaventata e soprattutto felice, stavo realizzando un sogno. Ricordo i primi giorni di lavoro, il primo soprattutto, entrai in un ufficio e dall’altro lato c’era chi mi accolse con entusiasmo, lasciandomi alquanto interdetta; io che non amo le forze dell’ordine, che prima di allora ero entrata in O.P.G. con gli ospiti del gruppo appartamento in cui lavoravo e che ero sempre stata accolta con sgarbo… I primi giorni in O.P.G.  erano strani, giravo per i cortili e i reparti, sentivo voci dalle sbarre che mi chiamavano, io rispondevo a quelle voci senza rendermi conto che per la sicurezza questo mio comportamento era sconveniente. Una dottoressa che da confidenza agli internati, la cosa mi ha dato non pochi problemi, fino a discutere con un membro della sicurezza che non apprezzava la mia voglia di fare. Con il trascorrere del tempo gli internati hanno iniziato a conoscermi e sempre più le voci dalle sbarre aumentavano, ma allo stesso tempo qualche membro della sicurezza che non vedeva più in me qualcuno che volesse sottrargli il lavoro ha iniziato a collaborare.  C’è un gran mistero nei confronti degli O.P.G., domande, curiosità, informazioni che spesso i mass media tendono a distorcere, allo stesso tempo si potrebbe fare molto ma molto di più. In questi mesi si sta tentando di restaurare la struttura che aveva bisogno di manutenzione, ci sono state visite del TG1 di recente, ma come in ogni luogo c’è chi ama il suo lavoro e lo esegue con passione e chi invece ha tanti di quei pregiudizi che mi chiedo cosa faccia in quel luogo. La suddivisione dei ministeri non aiuta, c’è un continuo scarico di competenze e di responsabilità. Si avvicina il tempo in cui dovrebbero essere chiusi, ma nella realtà non ci sono valide alternative, sarebbe bello se invece di perdere tempo alla ricerca di soluzioni esterne si riqualificassero le strutture già esistenti, si facesse una bella selezione del personale, confermando coloro che sono realmente motivati e soprattutto se le ASL rispettassero i pagamenti. C’è da dire, infatti, che non è semplice lavorare senza la certezza di un pagamento alla fine del mese, devi essere fortemente motivato a restare per reggere una situazione del genere. Le soluzioni sarebbero innumerevoli e a mio avviso anche efficaci, ma c’è qualcosa a noi nascosto che impedisce la soluzione del tutto e nel frattempo chi ci rimette sono gli utenti. Le frustrazioni di gran parte del personale è su questi ultimi che si ripercuote ed io non credo sia giusto, che colpe hanno essi se la burocrazia è mal funzionante e se ci sono persone che non amano ciò che fanno? In molti restano interdetti quando riferisco il luogo in cui lavoro, ma io l’amo quel luogo, le persone che ci sono dentro e tutto ciò che comporta trascorrere delle ore con loro. Ci sono giorni in cui la stanchezza ti prende, in cui ti senti il burattino tirato dai fili della politica e dei sotterfugi, ma contemporaneamente è bello vedere quando la tua presenza porta un sorriso, quando grazie a te c’è qualcuno che può trascorrere delle ore all’aria aperta. Quante e ancora tante cose potrebbero essere fatte, milioni di progetti e d’idee e mi auguro sempre di vedere realizzate e nel frattempo nel mio piccolo provo a portare un po’ di luce in un mondo fatto di grigiore e cupezza e di vite che sono ricche di sofferenza. A volte, invero, ci si dimentica che chi popola gli O.P.G. è un insieme di persone eterogenee, fatto d’individui con patologia psichiatrica, spesso abbandonati dalle famiglie e che hanno il timore di uscire da lì, che temono per la chiusura degli stessi. A essi si aggiungono coloro che hanno commesso reati, alcuni dei quali recidivi, altri che provano a riqualificare la propria vita, ma non è facile. Sanno bene che ormai sono marchiati e che la società non perdona. Lo dico sempre che il cambiamento deve avvenire nelle menti e poi posto in essere.  Chissà se un giorno questo si avvererà, in alcuni istanti sembra tutta un’utopia, se la mente vola a Franco Basaglia, se penso che gli abitanti della struttura protagonista del film “Roba da matti” siano stati sfrattati, mi sento impotente, poi mi fermo un attimo, raccolgo le forze e vado avanti, perché sono sicura che Basaglia così avrebbe fatto e perché è ciò in cui credo. Io vi saluto e vi do appuntamento a un nuovo incontro. Alla prossima …

Rosaria Uglietti




mercoledì 28 marzo 2012

Donne e violenza

Il continuo susseguirsi di violenze nei confronti delle donne mi ha spinto a chiedermi cosa stia accadendo, se è la società più violenta o forse semplicemente si ha di più il coraggio di denunciare, in ogni caso cosa porta alla violenza di genere?

La violenza di genere è un comportamento abusivo che si perpetua nei confronti di un altro individuo del sesso opposto, contrariamente a quanto si possa credere, non esiste solo violenza nei confronti delle donne ma anche degli uomini.

Anzitutto definisco il concetto di violenza nei confronti della donna prendendo in prestito la definizione utilizzata dall’art. 1 della dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993 il quale definisce violenza contro le donne:

“Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, di coercizione privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica sia in quella privata.”

Mi concentrerò maggiormente sulla violenza nei confronti delle donne, perché come asserito in precedenza, le donne sono maggiormente colpite da questo fenomeno, tuttavia, ricordo al lettore che alcuni comportamenti, con le dovute distinzioni ovviamente, sono perpetuati anche nei confronti degli uomini. Ricordo ancora, che tali comportamenti sono perseguibili giuridicamente e riporto, inoltre, di seguito i tipi di violenza cui un individuo può essere sottoposto:

Violenza fisica: qualsiasi forma di aggressività e maltrattamento contro le donne, contro il loro corpo e le cose che a loro appartengono. Tale comportamento è posto in essere di solito per indurre la donna al ruolo di sottomessa.

Violenza psicologica: forma di aggressività verbale o fisica che colpisca la dignità personale, mancanza di rispetto e atteggiamenti che ribadiscano la subordinazione e l’inferiorità della donna stessa.

Stalking: Persecuzioni e molestie assillanti che hanno lo scopo di indurre una persona allo stato di allerta, di emergenza e di stress psicologico. Tale comportamento si ritiene di solito messo in atto da sconosciuti, in realtà, anch’esso, come le forme di violenza in genere preposte contro le donne, possono essere compiute da familiari, o compagni in genere, che temono di essere abbandonati o ancora, per risentimento dopo la fine di una relazione.

Violenza sessuale: imposizione di coinvolgimento in attività e o rapporti sessuali senza il consenso, sia all’interno sia al di fuori di una coppia. La violenza sessuale comporta aggressioni fisiche quali lo stupro, il tentativo di stupro, lo stupro di gruppo, in cui la donna è costretta ad avere rapporti sessuali con una o più persone estranee o meno, che non accettano il rifiuto della donna. Riguardo alla violenza sessuale, rammento al lettore che molto spesso si confonde la violenza sessuale con la violenza carnale e quindi con lo stupro nello specifico o ancora, lo stupro con l’abuso. Quest’ultimo, al pari della violenza nei confronti di un individuo costituisce tutti quei comportamenti fisici e psicologici perpetuati nei confronti di una persona senza il suo consenso e volti a creargli danno. Faccio presente ancora, che l’abuso sessuale intra familiare è la forma di violenza sessuale più frequente e riguarda appunto tutte forme di violenza sessuale in cui il carnefice è un membro interno o vicino alla famiglia. Uno sguardo alle statistiche conferma tali parole se pensiamo che solo un quarto delle violenze avvenga per strada e che nel 18% il carnefice sia uno sconosciuto. Su 4 abusi sessuali, posti in essere o tentati, in 3 casi l’abusante è un familiare, amico o parente.

La violenza, come sostenuto in precedenza, è un crimine, ma continua il più delle volte a essere considerata da istituzioni sociali e dallo Stato come una questione privata e soprattutto da tenere nascosta. Un altro mito da sfatare è che la violenza nei confronti delle donne sia circoscritta a regioni specifiche e classi sociali tipiche, niente di più falso. Uno sguardo al rapporto presentato al Comitato per l’uguaglianza tra uomini e donne del consiglio europeo evidenzia quanto almeno 1 donna su 5 subisca nella sua vita uno stupro, un tentativo di stupro e 1 su 4 esperisce la violenza da un partner o ex partner e quasi tutte le donne sono state oggetto di molestia sessuale.

Alla luce di tutto questo provo a dare qualche risposta a quelle domande che sovente ci poniamo leggendo un articolo di giornale, osservando il telegiornale o in genere nelle chiacchiere quotidiane che avvengono alla conoscenza di una violenza. Quali sono i meccanismi che possono scattare nella mente di un uomo per perpetrare violenza nei confronti di una donna? La risposta non è semplice ed è anche multifunzionale, cioè riguarda vari aspetti, culturali, psicologici, educativi, per cui la violenza di genere è un argomento multidisciplinare se così si può definire. Ciò può essere confermarlo dando un semplice sguardo alla legislatura o anche alla religione, entrambe assumono un certo comportamento aggressivo e di sottomissione nei confronti della donna. Riporto di seguito la storia giuridica che riguarda non solo le forme di violenza perpetrate nei confronti delle donne ma anche il suo ruolo sociale.

Va anzitutto rammentato che il diritto di voto delle donne è relativamente recente, esso risale al Dlgs 10/1271945, emanato per dar loro modo di votare ai referendum del 2 giugno 1946 e che queste hanno avuto accesso alla carriera in magistratura con la legge n 66 del 9/2/1963.
Teniamo presente oltretutto, che solo nel 1968 con la legge n.126 del 19/12 è stato dichiarato illegittimo l'art. 559 del codice penale, il quale puniva l'adulterio della donna coniugata, mentre quello dell’uomo restava impunito. Ciò rende chiaro quale fosse il ruolo relegato alle donne nella società. Solo piano piano e con lotte sociali le cose sono un po' cambiate, anche se le cronache ci dimostrano quanto ancora si debba fare. Un’importante modifica che bisogna rilevare è quella apportata con la legge n.442 5/8/1981che abroga gli articoli del codice penale riguardanti i delitti di onore, ovverosia l'articolo 578 che riguarda l'infanticidio e il feticidio a causa dell’onore, l'art. 592 che riguarda l'abbandono di neonato per causa di onore. L’art. 551 che riguarda l'aborto per causa d onore. Le pene date a chi commetteva tali reati erano irrisorie, si teneva in alta considerazione lo stato sotto di cui questi delitti erano commessi, cioè si dava più importanza al disagio che provava l'autore del delitto d onore, che alla cruenza del delitto in se e nei confronti della persona cui esso era perpetrato. Esisteva, infatti, l’art 587 riguardante l’omicidio e la lesione personale a causa d'onore, dove quest'ultima era un’attenuante di altissimo valore di fronte all’illegittima relazione carnale del coniuge, della figlia e della sorella, idonea a ledere l'onore della famiglia; tutto ciò ovviamente era inesistente per l’uomo.
Le pene riguardanti nello specifico i reati sessuali sono rintracciabili nel nostro codice penale al capitolo Dei delitti contro la libertà sessuale. Rileviamo, per quanto riguarda le violenze nei confronti della donna, che fino al 1996 si parlava di reati morali e contro il buon costume e non contro la persona e la libertà individuale, tale passaggio è avvenuto nel 1996 con la legge n. 66 che ha sancito tale passaggio. Nel 2001, la legge n. 154 Misure contro la violenza nelle relazioni familiari, prevede l'allontanamento del membro violento per via civile o penale e misure di protezione sociale per le donne che subiscono violenza. In fine la legge del 2009 sullo stalking e la molestia.
In seguito a quanto detto finora, è possibile affermare che la violenza di genere possa essere considerata un assunto sociale, poiché gli uomini l’hanno usato  e la usano per i motivi più diversi, i quali vanno dal mantenere o rafforzare il loro potere nei riguardi delle donne o per bloccare un regresso su questo potere. Possiamo, inoltre, osservare, dopo la digressione giuridica dovuta a chiarire il quadro in cui la violenza possa essere resa esplicita, che la violenza di genere per lungo tempio sia rimasta sopita perché facente quasi parte di un costume sociale in cui la sottomissione della donna era sancita anche a livello giuridico.
L’aspetto giuridico e sociale rende chiaro che la violenza di genere abbia delle radici molto profonde che vanno ricercate essenzialmente in quella che è la nostra storia e la nostra cultura o meglio, la cultura del mondo. La donna da sempre è stata considerata un oggetto sul quale esercitare potere, per cui non desterà stupore al lettore sapere che fondamentalmente non ci sono categorie specifiche di maltrattatori, questi ultimi non possono essere relegati in alcuna categoria compresa in età, razza, ruolo sociale o come molti ritengono categorie psichiatriche. Ciò rende il fenomeno ancora più intricato da risolvere, perché fondamentalmente una categoria psichiatrica potrebbe farci trovare una soluzione. Un problema radicato nella cultura è molto più difficile da estirpare. Bisogna, infatti, sottolineare che non necessariamente chi ha subito violenze da piccolo diventi un violento da adulto. Studi sulla personalità dello stupratore, invero, evidenziano che lo stupro e l’abuso in generale, soddisfi bisogni non sessuali, ma volontà di potenza e rabbia. Mi sono volutamente soffermata su aspetti giuridici e sociali per sfatare un grosso mito che riguarda la violenza di genere, sovente essa viene attribuita a soggetti che hanno delle disfunzioni sessuali o psichiatriche, il che placa le coscienze di molti, evidenziando che la soluzione o la prevenzione sia difficile da attuare poiché dovuta a presunti raptus di follia. Niente di più falso. E’ il mondo in cui viviamo che giustificando l’aggressività e relegando la donna a ruoli secondari, implicitamente giustifica un qualsiasi atto di violenza nei suoi confronti.  Ho in precedenza affermato che gli abusatori difficilmente hanno disfunzioni sessuali, i disturbi che hanno sono certamente legati alla sfera affettiva, al non sentirsi degni dell’amore altrui e soprattutto a non riuscire ad accettare un rifiuto o un abbandono e tali scompensi sono legati a disfunzioni nella personalità, ma che ripeto non sono legati a disfunzioni sessuali. Io vi saluto auspicando che questi atroci atti di violenza, che la continua aggressività inducano le menti di coloro che ci governano a trovare soluzioni e che soprattutto si educhino le persone al rispetto altrui, nei confronti di ogni essere vivente, qualunque categoria di razza o sesso appartenga … Alla prossima …
Rosaria Uglietti