martedì 24 gennaio 2012

L'immagine corporea

L’argomento che affrontiamo oggi è il risultato della conversazione con una amica, la quale mi ha chiesto se potessi scrivere qualcosa in merito e allora eccomi qui.
Inizio come sempre nel definire l’argomento, il quale riguarda l’immagine corporea, facendo riferimento  a quella che negli ultimi tempi sembra essere la più accreditata e quella che ritengo più rappresentativa, ovverosia la concezione di Paul Shilder,
L’immagine corporea è la modalità con cui rappresentiamo il nostro corpo nella mente, è il modo in cui questo ci appare.
Da tale definizione si evince che essa non è oggettiva, cioè il modo con cui ci percepiamo non necessariamente corrisponde a come esso sia. Detto questa la domanda sorge spontanea, da cosa è dovuta la nostra immagine corporea? La risposta la desumo dal paradigma psicoanalitico e successivamente da quello che è il pensiero che più si avvicina al mio, la fenomenologia.
Sentimenti, comportamenti, pensieri, autostima,  famiglia di origine, amici e partners, sono gli elementi dai quali costruiamo la nostra immagine corporea. Ad essi possiamo aggiungere anche gli stereotipi culturali riguardanti l'apparenza fisica ed i modelli proposti dai mass media, i quali  influenzano l'immagine e quindi la soddisfazione che ognuno ha di se.

Facendo ancora riferimento al paradigma psicoanalitico, l’immagine corporea è un insieme di rappresentazioni ed affetti contenente le tracce delle esperienze avute sia con il proprio corpo che con quello delle figure primarie. I moti pulsionali, che fin dall’inizio della vita, ivi compresa la vita intrauterina, hanno investito il nostro corpo, o le sue parti, così come i corpi dei genitori o alcune loro parti, lasciano delle tracce nell’inconscio, l’insieme di tali tracce, denominate fissazioni,  diventa il nucleo inconscio dell’immagine corporea. Questo nucleo inconscio struttura l’immagine preconscia e conscia, influenzandola per tutto il corso della vita.
Schilder, sintetizzando due mondi che di norma non comunicano, il clinico psicologico e il neurologico, asserisce che la modalità percettiva dell’immagine corporea avviene attraverso la personalità, per cui ognuno di noi ha un proprio peculiare e specifico modo di percepire la propria immagine corporea.   Ciò implica che l’immagine corporea non è un mero insieme di sensazioni fisiologiche ma è la possibilità che ogni individuo ha, attraverso aspetti cognitivi e affettivi, di costruire se stesso. Tale processo è dinamico e cambia con il cambiare dei vissuti della persona, cresce e si trasforma insieme a quest’ultima, partendo da quando si viene al mondo e non ci si percepisce come separati da questo, all’avanzare dell’età e si subiscono le influenze dei propri vissuti e delle proprie esperienze.
Riferendomi all’approccio fenomenologico, riporto un’affermazione di Galimberti, il quale asserisce che l’esperienza della nostra corporeità non è l’esperienza di un oggetto, ma del nostro modo di abitare il mondo. Attraverso queste parole possiamo comprendere ancora meglio che il nostro modo di percepirci, di vivere e di esperire noi stessi è la diretta conseguenza di come noi viviamo, di come le nostre esperienze, la stima che abbiamo di noi influiscano sulla percezione corporea. Cosa vuol dire abitare il mondo? Significa quale riteniamo possa essere la nostra posizione, quale spazio possiamo occupare, cosa sentiamo o meno nostro, a cosa apparteniamo. Ciò implica anche che conosciamo il mondo attraverso la percezione che di esso abbiamo attraverso i suoi oggetti, i quali indicano al corpo le sue possibilità. Galimberti afferma che per disporre del proprio corpo non è sufficiente una struttura anatomica e fisiologica perfetta, ma di un mondo dove il corpo possa muoversi ed esprimersi con esso. Un esempio chiarificatore determinato ancora da Galimberti è il corpo nel mare, se pretendo di entrare nel mare dopo aver imparato a nuotare non imparerò mai a nuotare, non perché il mio corpo fuori dall’acqua non sia in grado di apprendere i movimenti necessari, ma perché fuori dal mare manca al corpo quel mondo di cui il corpo necessita per sentirsi operativo.  Tale esempio ci fa comprendere come in un mondo che il corpo non sente suo l’individuo possa sentirsi a disagio. La conseguenza di ciò è che nel momento in cui l’individuo esperisce un malessere, quest’ultimo possa riflettersi sulla propria immagine corporea e possa accadere che egli veda cose di se che gli altri non vedono, di esasperare alcuni aspetti del proprio corpo che gli creano sofferenza. Voglio ricordare inoltre, che spesso, la modalità con cui ci si percepisce può influenzare anche l’alimentazione, infatti, i disturbi alimentari di frequente sono connessi a un disturbo legato ad un errata percezione di se stessi. Labile quindi è il confine fra disturbi alimentari e cattiva percezione della propria immagine.
Entrambi i paradigmi presi in considerazione evidenziano l’importanza del proprio vissuto circa la modalità di percepirsi, di quanto le emozioni possano influire sulla nostra immagine corporea, in particolare il paradigma psicoanalitico fa riferimento ai vissuti non solo individuali ma anche parentali, questo aspetto sottolinea la relazione tra immagine di se e disturbi alimentari, sappiamo che le figure parentali e in particolar modo la madre abbia influenza su questi. Non voglio dilungarmi eccessivamente sul disturbo alimentare di cui eventualmente parlerò in futuro, quanto sul disagio che si prova nel percepirsi in maniera distorta. Il vedere la propria immagine in maniera errata porta la persona a non sapersi muovere nel mondo, a non sapere quale possa essere il proprio posto al mondo. Qui mi riferisco al paradigma fenomenologo che considera tutti gli aspetti normali e patologici della persona attraverso l’esperienza corporea, la persona vive il mondo attraverso il corpo, per cui se il mondo è abitato in maniera positiva, se la persona sente quel mondo suo, riesce a muoversi in esso e a viverlo in modo sereno. Possiamo trovare conferme di tali affermazioni ogni volta che ci sentiamo a disagio, fuori posto e non troviamo una posizione in cui star fermi o seduti o ancora non riusciamo a muoverci con disinvoltura, tali disagi che si riflettono sulla nostra modalità corporea di esprimerci, indicano che non stiamo abitando il mondo, ma lo stiamo subendo e tentando di fuggire da esso. Un’ulteriore conferma è rintracciabile nei disagi delle donne affette da sindrome premestruale, in quei momenti non si ha voglia di essere esposti, il mondo ci appare come un qualcosa di estraneo, di nemico; ancora una volta troviamo la spiegazione in termini di fenomenologia, abitare il mondo significa sentirsi a casa, per cui tutte le volte che non ci sentiamo a casa è dovuto ad un disagio che stiamo esperendo e quindi a un non sentire il mondo come casa nostra. La soluzione, tuttavia, è data proprio da ciò che non vorremmo, è solo attraverso l’esposizione al mondo che il disagio è superabile, dove per esposizione si intende non la mera esposizione corporea, non lo spogliarsi, ma l’interagire con il mondo, con i suoi oggetti e renderli parte di noi, renderli casa nostra. Dobbiamo imparare a dialogare con il mondo, solo attraverso la comunicazione e la conoscenza, ancora una volta siamo in grado di superare gli ostacoli che la vita ci pone. Vi saluto ancora con le parole di Galimberti   Avere un mondo è qualcosa in più del semplice essere al mondo … Alla prossima ...
Rosaria Uglietti

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